L’elefante nella stanza dell’8 marzo milanese (2026)
L’8 marzo a Milano si è svolto uno dei cortei più partecipati e politicamente intensi degli ultimi anni. Un corteo transfemminista, intersezionale, attraversato da slogan contro il patriarcato globale, con riferimenti espliciti alla politica statunitense, a Donald Trump e al caso Epstein, le cui effigi sono state simbolicamente bruciate in piazza. Un gesto che voleva denunciare il sistema di potere patriarcale, economico e politico che protegge gli abusi e riduce le donne e le soggettività queer al silenzio.
Tutto questo è stato potente, visibile, mediaticamente efficace.
Eppure, nel cuore di questa mobilitazione rimane un vuoto difficile da ignorare.
Nel giugno 2025 la Repubblica ha riportato la denuncia di uno stupro che sarebbe avvenuto in un noto centro sociale di Milano. La donna che ha denunciato l’aggressione è salvadoregna. La notizia ha circolato, ma non ha generato alcuna presa di posizione pubblica da parte degli spazi femministi, transfemministi o militanti della città di Milano.
Nessun comunicato di solidarietà
Nessuna assemblea pubblica dedicata.
Nessuna manifestazione pubblica di supporto alla vittima.
Questo silenzio pesa.
Il movimento femminista e transfemminista contemporaneo rivendica giustamente il principio “sorella io ti credo”, nato come risposta a decenni di sfiducia sistemica verso chi denuncia violenze sessuali. Ma quando la denuncia riguarda spazi politici percepiti come “propri”, la coerenza di questo principio diventa improvvisamente più fragile.
È qui che emerge l’elefante nella stanza.
Se il femminismo è davvero intersezionale, dovrebbe prestare particolare attenzione alle donne e soggettività queer più vulnerabili: migranti, precarie, razzializzate, marginalizzate. Una donna salvadoregna che denuncia una violenza sessuale dovrebbe essere esattamente il caso che mobilita solidarietà immediata.
E invece, proprio in questo caso, il silenzio è quasi totale.
Perché?
Non si tratta necessariamente di malafede o di volontà di insabbiare. Le dinamiche dei movimenti sono complesse: paura di strumentalizzazioni politiche, timore di rafforzare narrazioni securitarie o repressive contro i centri sociali. Tutte ragioni comprensibili.
Ma nessuna di queste ragioni dovrebbe impedire almeno un gesto minimo: esprimere solidarietà a chi denuncia una violenza. Qualunque sia il contesto e qualunque siano le incertezze.
Il problema è l’assenza della stessa sensibilità che i movimenti rivendicano quando la violenza avviene altrove: nelle istituzioni, nei luoghi di lavoro, nelle università, nelle famiglie.
Se il principio è universale, deve valere anche quando è scomodo.
Altrimenti il rischio è quello di creare una gerarchia implicita delle vittime: quelle che meritano immediata mobilitazione e quelle che, per ragioni politiche o di appartenenza agli spazi, rimangono ai margini.
E questo non è solo un problema di comunicazione. È una questione di credibilità.
I movimenti femministi e transfemministi hanno costruito negli anni una forza enorme proprio sulla capacità di mettere in discussione i propri contesti, non solo quelli degli altri. È questa radicalità che li ha resi politicamente incisivi.
Ignorare l’elefante nella stanza rischia di indebolire proprio quella forza.
Il corteo dell’8 marzo ha mostrato una comunità viva, combattiva, capace di collegare le violenze locali ai sistemi globali di potere. Ma proprio per questo ci si aspetta che quella stessa comunità sappia guardare anche dentro casa propria.
Perché la credibilità di un movimento non si misura solo dalla potenza delle sue piazze.
Si misura anche dalla capacità di non voltarsi dall’altra parte quando la domanda più difficile arriva dall’interno.
Movimenti separatisti si formarono decenni addietro a livello internazionale anche e soprattutto per questi problemi, per uscire dalla subordinazione a logiche patriarcali allo stesso interno dei movimenti di contestazione anticapitalisti. In quale misura il problema persiste? Soluzioni?
L’articolo di Rebubblica del 7 giugno 2025:
“Una passante l’aveva notata mentre camminava in via Mosè Bianchi. Tardo pomeriggio di lunedì, le 18: l’andatura incerta, lo sguardo perso nel vuoto. Un dolore poi confessato ai medici di Areu che l’hanno soccorsa: “Sono stata violentata”. Uno stupro che sarebbe avvenuto la notte precedente all’interno del centro sociale xxxx*. Vittima, una donna di 50 anni di origini salvadoregne. Presunto violentatore, il suo compagno: un 49enne italiano poi sottoposto a fermo.
A bloccarlo sono stati i poliziotti del commissariato Sempione, che hanno iniziato a dargli la caccia dopo aver parlato con la vittima. Arrivati in ospedale perché allertati dai medici, gli agenti hanno subito raccolto la denuncia della donna. Che ha spiegato di aver conosciuto l’ex compagno cinque anni fa e di aver poi iniziato una relazione con lui, interrotta di recente. A inizio anno entrambi – secondo il suo racconto – erano andati a vivere nel centro sociale, trovando lì un appoggio per trascorrere le notti. Stando a quanto ricostruito, a metà maggio scorso la vittima aveva anche denunciato il compagno per lesioni e si era allontanata da lui rivolgendosi a un centro antiviolenza.
La sera del presunto stupro “io verso mezzanotte ho finito di pulire la cucina e mi sono appoggiata sul divano”, le parole della 50enne. Lì sarebbe stata aggredita. “Lui mi ha svegliata, era nudo, mi ha tenuto per le braccia e mi ha violentata”. Dopo essere stata portata al Policlinico, la donna è stata accompagnata alla Mangiagalli per tutti gli accertamenti del caso. Gli investigatori si sono invece messi sulle tracce del suo ex compagno, che è stato rintracciato nel centro sociale e sottoposto a fermo. Il provvedimento nei confronti del 49enne, che ha respinto tutte le accuse, non è stato convalidato dal giudice che ha però disposto la misura cautelare mandando l’uomo in carcere.”
*Non scriviamo qui il nome, reso pubblico da Repubblica.

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