Sul metodo: una riflessione per gli spazi militanti – Anonimato e potere
In taluni ambiti non istituzionali e movimenti che – quali soggettività politiche conflittuali, queer, transfemministe, disabilitate e mediamente povere – frequentiamo da sempre — si riscontra una pratica che merita una riflessione seria e non superficiale: la pubblicazione e circolazione di accuse in forma anonima, diffuse attraverso social network e altre piattaforme pubbliche (accessibili a chiunque), utilizzate per delegittimare ed emarginare gruppi di persone, anche di estrazione socioeconomica svantaggiata e marginalizzata, interne ai movimenti, o nei casi più gravi persone singole, con effetti devastanti e talora irreversibili. Mentre le persone oggetto di processo mediatico sono rese note, o sono comunque rese facilmente identificabili, rimbalzando di profilo in profilo, in balia dell’opinionismo più sfrenato e soprattutto degli stessi apparati di repressione sociale che contestiamo, rimangono nell’ombra le soggettività accusanti.
Le accuse anonime vengono talora fatte rilanciare – per conferir loro forza e credibilità – a persone configurabili come influencer, con un altissimo seguito (follower) sui social, a volte connotate da titoli rispettabili quali docente, giornalista, sociolog*, scienziat*, scrittore, espert* ufficiale di qualche cosa e quindi con un fortissimo potere sociale, culturale, politico ed economico nonostante la pretesa di “attivista dal basso”. Paradossalmente dei veri appelli all’autorità, che ben conosciamo per gli innumerevoli casi di saggi accademici, che si avvalgono della propria rispettabilità sociale per imporre falsi storici e ideologici.
Questo intervento di carattere generale non intende negare il valore della denuncia, né sminuire l’importanza di proteggere chi subisce comportamenti inaccettabili nei movimenti. Al contrario: proprio perché la tutela delle persone è fondamentale, è necessario interrogarsi sul metodo. Perché i metodi – anche nella tipologia del call out – non sono neutri. E possono produrre effetti opposti a quelli dichiarati. Possono diventare uno strumento di repressione più reazionario e pericoloso della stessa giustizia borghese. Bisogna quindi interrogarsi sul confine tra cyberstalking, regolamento di conti e denuncia sociale, ricordando che la denuncia sociale è pensata e da “noi” elaborata per chi all’interno di questa società detiene un potere materiale occupando i vertici della piramide e non per chi siede agli ultimi gradini, non di rado in una situazione precaria e di grave repressione giudiziaria (subendo carcere, sorveglianza speciale, arresti domiciliari, pignoramento di beni, licenziamento) per la contestazione non solo simbolica (quella solo simbolica è talora economicamente redditizia in un circolo vizioso e mitigante il conflitto) al sistema stesso.
Intendiamo partire dalla manipolazione e dallo svuotamento reazionario in chiave MRA (maschilismo organizzato) di elaborazioni femministe. “Sorella io ti credo” è un principio elaborato dalla classe sociale delle donne nei confronti degli uomini cisetero (e non di chiunque a caso) per la disparità di potere in seno alla società, una disparità ( discrimine concettuale) che porta a soccombere in contesti sociali, culturali, politici e soprattutto nei tribunali borghesi. In seno – quindi – a dinamiche gerarchiche patriarcali di forte squilibrio di potere. Gli “argomenti” MRA sono diventati pervasivi, si appropriano delle nostre elaborazioni teoriche traducendole in modo reazionario a proprio vantaggio mescolando le carte, per cui la prima denuncia in ordine semplicemente temporale sarebbe quella valida, indipendentemente dal contesto politico e sociale e indipendentemente da ogni criterio di verifica oggettiva dei fatti.
Ricordiamo che il movimento MeToo, che ha attecchito in ogni classe sociale a livello internazionale, è stato tale per il coraggio nell’esporre pubblicamente le accuse in prima persona, fuori dall’anonimato, di fronte ai potenti di turno. Questo non sempre è possibile, ma rimane un valore aggiunto.
Una comunità che si vuole orizzontale non può prescindere dalla valutazione metodologica di accuse che sono:
- in forma anonima
- prive dei riferimenti minimi per una valutazione il più possibile oggettiva da parte di quello che è stato scelto a tavolino quale tribunale social media e come tale accessibile a chiunque, apparati repressivi compresi
- diffuse pubblicamente sui social media senza alcuna procedura condivisa,
- implicanti un ulteriore grave pericolo a carico di persone ai margini, precarie, povere e oggetto di repressione governativa
- gravemente sovradeterminanti in quanto avvenute a prescindere dalla volontà di altre persone che loro malgrado si ritrovano coinvolte
Qui si configura a nostro avviso un abuso, nel senso pieno e concreto del termine. Non da ultimo perché le persone accusate si vedrebbero costrette a mettere su una pubblica piazza, accessibile a chiunque, ovvero anche agli apparati repressivi, riferimenti sensibili riguardo alla propria organizzazione con il solo scopo di gestire un fuoco forse interno forse esterno (accusante fantasma, accusatore, giudice e boia al contempo).
Non da ultimo perché singole persone (quando a dibattito sono singole persone) soccombono inevitabilmente di fronte a chi dispone, sui social media o per il sistema di relazioni pubbliche, di maggiori capacità di diffusione dei contenuti e soccombono (anche fisicamente, dall’autolesionismo al suicidio) in quanto prive di adeguati mezzi di protezione ( di fronte a migliaia di opinionanti su presunti fatti relativi alla propria persona). Sfidiamo chiunque a contestare – in tali casi – il ricorso alla “giustizia borghese”, laddove è il sistema delle procedure militanti a fallire clamorosamente venendo a coincidere con meccanismi liberali che riproducono il sistema carcerario al di fuori di esso.
Non siamo in grado di valutare se si tratti di un fenomeno nuovo all’interno dei movimenti o di una problematica ricorrente o ciclicamente ricorrente. Il fenomeno ci era noto solo negli spazi liberali mainstream.
Un’accusa anonima, per definizione, è difficile da verificare. Se inoltre non viene accompagnata da prove o da una qualsiasi procedura di accertamento, diventa impossibile distinguere tra:
- denuncia fondata,
- fraintendimento,
- conflitto e rancore personale,
- vendetta,
- manipolazione politica,
- rivalità politica per una maggiore visibilità e influenza negli spazi condivisi
In un sistema del genere, la verità perde centralità. Ciò che conta diventa l’effetto sociale dell’accusa, amplificata dall’utilizzo dei social media in regime liberale, la punizione estrema, non la sua fondatezza.
Un metodo non verificabile è strutturalmente esposto all’abuso.
Effetti politici: cultura del sospetto e frammentazione
Nei movimenti non istituzionali, la fiducia reciproca, come sappiamo, è una risorsa fondamentale. Quando si normalizza la circolazione di accuse anonime sui social media:
- cresce il sospetto permanente,
- si diffonde la paura di essere esposti,
- le vittime di cyberstalking perdono ogni residuo di solidarietà per il punto di cui sopra
- si innescano lotte di potere informali,
- si producono fratture difficilmente sanabili.
Il risultato paradossale è che si indebolisce il tessuto collettivo. L’energia politica si sposta dalla trasformazione sociale alla gestione dei conflitti interni.
La cultura del sospetto, nel lungo periodo, erode la solidarietà e rende i movimenti più fragili di quanto già siano.
La responsabilità dell’accusa: anonimato e potere
L’anonimato non è di per sé illegittimo. In alcuni contesti è uno strumento necessario di protezione, soprattutto quando esistono rapporti di potere o rischi concreti di ritorsione da chi il potere lo gestisce. Ma l’anonimato al di fuori dei contesti reali di potere e senza una procedura condivisa e senza un luogo di verifica produce uno squilibrio radicale: chi accusa non è esposto, chi è accusato sì.
Quando la diffusione è pubblica e incontrollata, l’effetto è una stigmatizzazione potenzialmente permanente. Anche in assenza di prove. Senza regole chiare e condivise, il rischio è che la denuncia diventi uno strumento di esclusione politica o personale.
Proporzionalità: la sanzione come automatismo
Un altro elemento problematico è la mancanza di proporzionalità.
Spesso il meccanismo funziona così:
- compare un’accusa online,
- si crea pressione sociale,
- segue l’esclusione totale.
Non esiste una scala di interventi, non esistono passaggi intermedi, non esiste valutazione della gravità o delle circostanze. L’esclusione pubblica è la misura più estrema che una comunità possa adottare. È il carcere sociale, è il 41bis fuori dal gabbio. Applicarla senza criteri e senza verifica la trasforma in un atto arbitrario.
La denuncia è uno strumento potente. Proprio per questo richiede responsabilità.
Una comunità che aspira a trasformare la società non può rinunciare ai principi di verifica, proporzionalità e confronto. Altrimenti rischia di riprodurre, in forma informale, le stesse dinamiche di potere che critica.
La questione non è scegliere tra “credere alle persone” o “difendere gli accusati”. La questione è costruire pratiche che tutelino entrambe le esigenze: proteggere chi subisce danni reali e garantire che nessuno venga escluso sulla base di accuse non verificabili.
Senza giustizia nei metodi, non c’è liberazione nei fini.
Per una riflessione collettiva.
In questo testo non si prende riferimento a singoli casi specifici ma a valutazioni generali che coprono un arco di circa 5 anni.
Maria Carla Fontanini
Su di noi: Siamo attualmente un comunità aperta, proveniente da diverse realtà, composta da 28 soggettività politiche, queer, transfemministe e ascrivibili alla sinistra radicale. Siamo in continua crescita e continueremo a usare questo nuovo spazio per riflessioni collettive, di carattere generale e metodologico, osservando gli spazi che attraversiamo.

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