Critica alle istituzioni/abolizionismo  oppure omertà: una distinzione necessaria

La critica  radicale alle istituzioni non può trasformarsi nell’ennesimo dispositivo di silenziamento delle vittime in particolare quelle sistemiche. Chi sceglie di rivolgersi alle istituzioni in seguito a uno stupro, a stalking, a una violenza domestica, a un tentato femminicidio o una aggressione  di matrice omolesbobitransfobica o razzista non  può essere considerato un traditore delle lotte sociali. Quando ciò accade, il rischio è che una critica radicale del sistema penale si trasformi, nei fatti, in una forma di omertà.

La memoria corre inevitabilmente a vicende come quella dello stupro avvenuto a Parma all’interno di un centro sociale, quando emersero posizioni riconducibili alla logica del “taci con gli sbirri”. Una formula che pretende di subordinare la tutela delle persone che subiscono violenza alla salvaguardia di un’identità politica o di uno spazio militante. Ma una simile impostazione non appartiene alla tradizione anarchica.

Storicamente, il movimento anarchico e libertario ha sviluppato una critica radicale delle carceri e degli apparati repressivi dello Stato nonché dello Stato stesso. Le carceri vengono contestate in quanto istituzioni che colpiscono selettivamente i poveri, gli emarginati e le classi subalterne oltre che per l’intrinseca disumanità nel modo in cui sono strutturate, mentre la polizia e i tribunali borghesi vengono criticati per il ruolo repressivo del dissenso e il mantenimento di rapporti statali e sociali gerarchici e autoritari. Tuttavia, da questa critica non discende alcuna prescrizione imperativa che obblighi le persone a rinunciare agli strumenti di tutela concretamente disponibili nel qui e ora.

L’abolizionismo e la critica alle istituzioni  sono innanzitutto un orizzonte e un progetto politiconon un comandamento morale rivolto alle vittime di un sopruso. Esso propone di costruire forme diverse di giustizia (innanzitutto depenalizzando la stragrande maggioranza dei reati, ovvero quelli di povertà) basate sulla riparazione del danno, sulla responsabilizzazione degli autori delle violenze e sulla trasformazione delle condizioni sociali che le producono. Ma tali strumenti, nella maggior parte dei contesti, non esistono ancora in maniera condivisa, efficace e accessibile. Pretendere che una persona aggredita, magari in un contesto di forte squilibrio socioeconomico,  rinunci a denunciare un oppressore sistemico in nome di un futuro ancora da costruire significa scaricare sulle sue spalle il costo di una battaglia politica collettiva.

Il problema diventa ancora più evidente quando si parla appunto di violenze sistemiche che colpiscono soggetti socialmente vulnerabili  o invisibilizzati: donne trans e cis, persone queer, minori, persone economicamente ai margini o inserite in contesti relazionali coercitivi, persone razzializzate e/o sfruttate in modo estremo sul lavoro, persone migranti.  In queste situazioni, la denuncia alle autorità può rappresentare l’unico strumento immediatamente disponibile per cercare di interrompere una condizione di pericolo. Condannare questa scelta equivale spesso a lasciare la vittima sola.

Una prospettiva libertaria coerente dovrebbe partire dal sostegno all’autodeterminazione di chi subisce violenza. Ciò significa difendere il diritto delle persone a scegliere come tutelarsi, senza imposizioni ideologiche e senza ricatti politici. Criticare il sistema penale non implica negare la realtà dei rapporti di forza esistenti né ignorare l’urgenza della protezione o il pericolo della reiterazione (caso Lyhanna in Francia quale campione rappresentativo) in taluni casi.

Quando la critica alle istituzioni e  l’abolizionismo smette di interrogarsi sui bisogni concreti delle vittime e si limita a ripetere il rifiuto astratto della denuncia, esso perde la propria carica emancipatrice. In assenza di pratiche alternative realmente funzionanti, il risultato non è la liberazione dal sistema punitivo, ma semplicemente il silenzio. E il silenzio, di fronte alla violenza, ha un altro nomeomertà.

L’abolizionismo e la critica alle istituzioni, se vuole essere qualcosa di più di una formula ideologica, deve confrontarsi con una domanda concreta: quali strumenti esistono nel qui e ora per garantire sicurezza, sostegno e giustizia a chi subisce violenza? In molti casi la risposta è brutale nella sua semplicità: strumenti condivisi, efficaci e accessibili non esistono ancora o non ovunque o non sono a tutt3 accessibili. In questo contesto, la denuncia può costituire l’unica possibilità immediata di interrompere una situazione di pericolo.

Pretendere il contrario significa abbandonare le vittime a sé stesse. E quando una comunità politica non offre né strumenti alternativi né solidarietà concreta, limitandosi a condannare chi si rivolge alle istituzioni, ciò che resta non è una critica radicale del sistema penale. Ciò che resta è l’omertà.

Una politica libertaria degna di questo nome dovrebbe partire da un principio opposto:l’autodeterminazione delle persone che subiscono violenzaNessuno dovrebbe essere obbligato a denunciare, ma nessuno dovrebbe essere stigmatizzato per averlo fatto. La costruzione di alternative al carcere e alla repressione non può avvenire sulla pelle delle vittime né al prezzo del loro silenzio. Avviene collettivamente attraverso lo smantellamento di vecchie regole e la creazione di nuove.

Se l’abolizionismo e la critica alle istutuzioni vuole essere uno strumento di emancipazione e non un’astrazione ideologica, deve saper distinguere tra la critica delle istituzioni e la libertà delle persone di difendersi nell’unico modo a disposizione nel qui ed ora. Quando questa distinzione viene meno, il rischio è che il rifiuto del sistema penale si trasformi, paradossalmente, nella difesa implicita di chi esercita la violenza.

Ricordando che il movimento di liberazione femminista e transfemminista si contraddistingue anche per aver fatto fuoriuscire dal peccato, dalla sfera privata, la violenza sistemica sulle donne.  “Processo per stupro” è una delle tappe fondamentali. Giselle Pelicot e tutte quelle prima di lei hanno rifiutato peraltro di lavare i panni sporchi in casa, come da logiche italiane democristiane.  Davvero la famiglia di Floyd e la comunità BLM  è stata poco libertaria nel pretendere giustizia dalle istituzioni, dai tribunali borghesi, e una condanna certa? Davvero chi denuncia la mancanza di dispositivi di sicurezza sul lavoro alle autorità competenti è poco o per nulla libertario? Lo è anche chi denuncia il capolarato?

Nessuna tradizione anarchica seria affermerebbe questo. Il problema non è nell’errore ma nella confusione, che regna sovrana, e nella strumentalizzazione.

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