“Gli strumenti del padrone” in chiave reazionaria

La paradossale strumentalizzazione di Audre Lorde contro le vittime ( sistemiche o no)

L’idea degli “strumenti del padrone …”, formulata da Audre Lorde, viene spesso citata nel dibattito pubblico. In alcuni casi viene usata più o meno correttamente come critica radicale delle istituzioni e relative problematicità in un mondo patriarcale capitalista e colonialista ; in altri, però, viene strumentalizzata in modo reazionario fino a produrre un effetto inverso: scoraggiare le vittime dal denunciare soprusi o violenze. Questa seconda interpretazione non è coerente né con il testo di Lorde né con il suo impianto teorico.

La frase “gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone”, contenuta nel discorso The Master’s Tools Will Never Dismantle the Master’s House, non è un invito all’astensione dall’uso delle istituzioni, ma una critica alla loro insufficienza strutturale. Lorde sostiene che sistemi costruiti su gerarchie di potere — razzismo, sessismo, omofobia, classismo, ageismo — non possono essere completamente trasformati utilizzando le logiche che li hanno generati. Gerarchie che ravvedeva in femministe bianche del tempo (prende spunto infatti da una conferenza del 1979 con scarsa rappresentanza di donne razzializzate o povere), che non tenevano conto della realtà delle donne nere, delle differenze di razza, classe ed età.

Da questa osservazione, però, non deriva che le persone oppresse debbano rinunciare a strumenti di tutela come la denuncia, l’accesso alla giustizia o la protezione istituzionale. Confondere questi due livelli significa trasformare una teoria critica delle strutture in un imperativo morale rivolto alle vittime, con un effetto potenzialmente dannoso: spostare su di esse il costo della rinuncia alla protezione.

Un punto fondamentale è distinguere tra l’uso di un’istituzione e la fiducia nella sua capacità di risolvere un problema alla radice. Una persona che subisce razzismo può denunciare un’aggressione senza per questo credere che il sistema giudiziario eliminerà il razzismo dalla società. In questo senso, la denuncia non è un atto di adesione acritica al sistema, ma una risposta concreta a un danno subito e a un pericolo.

Lorde, nelle sue opere, non invita a colpevolizzare le persone oppresse per le strategie che adottano per sopravvivere o ottenere giustizia. La sua critica è rivolta alle strutture di potere e all’idea che queste possano includere tutte le voci senza riprodurre esclusioni. Trasformare questa critica in un argomento contro la denuncia significa invertire il bersaglio della sua analisi.

C’è inoltre un problema logico nella tesi secondo cui, poiché le istituzioni sono imperfette o contaminate da rapporti di potere, allora non dovrebbero essere utilizzate dalle vittime. Da una premessa sulla limitatezza degli strumenti non segue la loro inutilizzabilità. Al contrario, si può coerentemente sostenere che proprio perché le istituzioni sono parziali e imperfette, è necessario affiancare alla loro azione trasformazioni più profonde — senza però negare alle persone il diritto immediato alla protezione.

Un’ulteriore conseguenza di questa interpretazione distorta è lo spostamento del peso della trasformazione sociale sulle vittime stesse. Se la denuncia viene presentata come incoerente con una posizione teorica critica, il rischio è che le persone colpite da razzismo o violenza si trovino a dover scegliere tra protezione concreta e coerenza ideologica. Ma questa tensione non è presente in Lorde: è il prodotto di una lettura selettiva e forzata del suo pensiero.

In sintesi, usare Audre Lorde per scoraggiare le vittime dal denunciare soprusi significa fraintendere volutamente il nucleo della sua critica. Il suo obiettivo non era sottrarre strumenti alle persone oppresse, ma mettere in luce il fatto che nessuno strumento istituzionale, da solo, è sufficiente a smantellare sistemi di oppressione profondamente radicati.

Di Audre Lorde, traduzione nostra:

Gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone

Accettai di partecipare, un anno fa, nel 1978, a una conferenza dell’Institute for the Humanities della New York University, con l’intesa che avrei commentato interventi riguardanti il ruolo della differenza nella vita delle donne americane: differenze di razza, sessualità, classe ed età. L’assenza di tali considerazioni indebolisce qualsiasi discussione femminista sul personale e sul politico.

È una particolare forma di arroganza accademica presumere di poter discutere la teoria femminista senza esaminare le nostre molte differenze e senza un contributo significativo da parte delle donne povere, delle donne nere, delle donne del Terzo Mondo e delle lesbiche. Eppure eccomi qui, femminista nera e lesbica, invitata a intervenire nell’unica sessione, «Il personale e il politico», di questa conferenza che commemora il trentesimo anniversario del Secondo sesso di Simone de Beauvoir, dove il contributo delle femministe nere e delle lesbiche dovrebbe essere rappresentato.

Ciò che questo dice della visione di questa conferenza è triste, in un paese dove razzismo, sessismo e omofobia sono inseparabili. Leggere questo programma significa presumere che le lesbiche e le donne nere non abbiano nulla da dire sull’esistenzialismo, sull’erotico, sulla cultura delle donne e sul silenzio, sullo sviluppo della teoria femminista o sull’eterosessualità e il potere.

E cosa significa, sul piano personale e politico, che perfino le due donne nere che hanno presentato qui siano state letteralmente trovate all’ultimo momento? Che cosa significa quando gli strumenti di un patriarcato razzista vengono utilizzati per esaminare i frutti di quello stesso patriarcato? Significa che sono possibili e consentiti soltanto i margini più ristretti del cambiamento.

L’assenza di qualsiasi considerazione della coscienza lesbica o della coscienza delle donne del Terzo Mondo lascia una grave lacuna in questa conferenza e negli interventi qui presentati. Per esempio, in una relazione sui rapporti materiali tra donne, ho riconosciuto un modello rigido, un «o questo o quello», della cura reciproca che liquidava completamente la mia esperienza e conoscenza come lesbica nera.

In quel lavoro non vi era alcuna analisi della reciprocità tra donne, nessun sistema di sostegno condiviso, nessuna interdipendenza come quella che esiste tra lesbiche e donne che si definiscono in relazione con altre donne. Eppure è solo nel modello patriarcale dell’accudimento che le donne che «tentano di emanciparsi finiscono forse per pagare un prezzo troppo alto per i risultati ottenuti», come sostiene quel testo.

Per le donne, il bisogno e il desiderio di prendersi cura l’una dell’altra non sono patologici, ma liberatori; ed è all’interno di questa consapevolezza che il nostro vero potere viene riscoperto. È proprio questa connessione autentica che il mondo patriarcale teme tanto. Solo all’interno di una struttura patriarcale la maternità rappresenta l’unico potere sociale accessibile alle donne.

L’interdipendenza tra donne è la via verso una libertà che permette all’io di esistere, non per essere usato, ma per essere creativo. È la differenza tra l’essere passivo e l’essere attivo.

Sostenere la semplice tolleranza della differenza tra donne è la forma più rozza di riformismo. È una negazione totale della funzione creativa della differenza nelle nostre vite. La differenza non deve essere semplicemente tollerata, ma riconosciuta come una riserva di polarità necessarie, tra le quali la nostra creatività può accendersi come in una dialettica.

Solo allora il bisogno di interdipendenza smette di apparire minaccioso. Solo all’interno di tale interdipendenza, fatta di forze differenti ma riconosciute come uguali, può nascere il potere di cercare nuovi modi di essere nel mondo, insieme al coraggio e alla capacità di agire dove non esistono mappe.

In questa interdipendenza di differenze reciproche (e non dominanti) risiede quella sicurezza che ci permette di scendere nel caos della conoscenza e di tornare con autentiche visioni del nostro futuro, insieme al potere necessario per realizzare i cambiamenti capaci di dare esistenza a quel futuro. La differenza è quel legame grezzo e potente da cui viene forgiata la nostra forza personale.

Come donne, ci è stato insegnato a ignorare le nostre differenze oppure a considerarle cause di separazione e sospetto, invece che forze di cambiamento. Senza comunità non c’è liberazione; esiste soltanto la tregua più fragile e temporanea tra un’individua e la sua oppressione. Ma comunità non deve significare cancellazione delle differenze, né la patetica finzione che tali differenze non esistano.

Noi che stiamo fuori dal cerchio della definizione sociale di donna accettabile; noi che siamo state forgiate nei crogioli della differenza — noi che siamo povere, lesbiche, nere, anziane — sappiamo che la sopravvivenza non è un’abilità accademica. È imparare a stare da sole, impopolari e talvolta disprezzate, e a fare causa comune con coloro che vengono identificati come esterni alle strutture dominanti, per definire e cercare un mondo nel quale tutte possiamo fiorire.

È imparare a prendere le nostre differenze e trasformarle in punti di forza. Perché gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone. Possono forse permetterci temporaneamente di batterlo al suo stesso gioco, ma non ci consentiranno mai di produrre un cambiamento autentico. E questo fatto minaccia soltanto quelle donne che continuano a considerare la casa del padrone come la loro unica fonte di sostegno.

Le donne povere e le donne razzializzate sanno che esiste una differenza tra le manifestazioni quotidiane della schiavitù matrimoniale e della prostituzione, perché sono le nostre figlie a riempire la 42ª Strada. Se la teoria femminista bianca americana non ha bisogno di confrontarsi con le differenze che esistono tra noi e con le conseguenti differenze nelle nostre oppressioni, allora come affronta il fatto che le donne che puliscono le vostre case e si prendono cura dei vostri figli mentre voi partecipate a conferenze di teoria femminista sono, per la maggior parte, donne povere e donne razzializzate? Qual è la teoria che sostiene un femminismo razzista?

In un mondo di possibilità per tutte noi, le nostre visioni personali contribuiscono a gettare le basi dell’azione politica. L’incapacità delle femministe accademiche di riconoscere la differenza come una forza cruciale è un’incapacità di andare oltre la prima lezione del patriarcato. Nel nostro mondo, il «dividi e conquista» deve trasformarsi in «riconosci e rafforza».

Perché non si sono trovate altre donne razzializzate da coinvolgere in questa conferenza? Perché due telefonate a me sono state considerate una consultazione? Sono forse l’unica possibile fonte di nomi di femministe nere? E sebbene l’intervento della relatrice nera si concluda con un’importante e potente riflessione sul legame d’amore tra donne, che dire della cooperazione interrazziale tra femministe che non si amano?

Negli ambienti femministi accademici, la risposta a queste domande è spesso: «Non sapevamo a chi chiedere». Ma questa è la stessa elusione di responsabilità, la stessa scappatoia, che tiene l’arte delle donne nere fuori dalle mostre dedicate alle donne, il lavoro delle donne nere fuori dalla maggior parte delle pubblicazioni femministe — salvo l’occasionale «numero speciale sulle donne del Terzo Mondo» — e i testi delle donne nere lontani dalle vostre liste di lettura.

Ma, come ha osservato Adrienne Rich in un recente intervento, le femministe bianche hanno dedicato gli ultimi dieci anni a istruirsi su un’enorme quantità di questioni: come mai non vi siete istruite anche sulle donne nere e sulle differenze tra noi — donne bianche e donne nere — quando questo è essenziale per la sopravvivenza del nostro movimento?

Le donne di oggi continuano a essere chiamate a colmare il divario dell’ignoranza maschile e a educare gli uomini riguardo alla nostra esistenza e ai nostri bisogni. Questo è uno strumento antico e fondamentale di tutti gli oppressori: mantenere gli oppressi occupati con le preoccupazioni del padrone.

Ora sentiamo dire che spetta alle donne razzializzate educare le donne bianche — di fronte a una resistenza enorme — riguardo alla nostra esistenza, alle nostre differenze e ai nostri ruoli relativi nella nostra sopravvivenza comune. Questa è una dispersione di energie e una tragica ripetizione del pensiero patriarcale razzista.

Simone de Beauvoir una volta disse: «È nella conoscenza delle condizioni reali della nostra vita che dobbiamo trovare la forza per vivere e le ragioni per agire».

Il razzismo e l’omofobia sono condizioni reali della vita di tutte noi, qui e ora. Esorto ciascuna di noi a scendere in quel luogo profondo di conoscenza che porta dentro di sé e a toccare quel terrore e quel disgusto per ogni differenza che vi dimorano. Guardate quale volto indossano. Allora il personale, in quanto politico, potrà cominciare a illuminare tutte le nostre scelte.

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