Dall’attivismo allo stalking come strumento di egemonia culturale – per Anna e tutt3 le altr3

Dall’attivismo allo stalking (inteso in senso stretto, quale violenza persecutoria protratta nel tempo) come strumento di egemonia culturale – per Anna e tutt3 le altr3

Lo stalking cambia forma, ma non smette di ferire o uccidere. Può nascondersi dietro chat, profili, chiamate, email e soprattutto social network. Anche online si può essere seguite, controllate, minacciate. Lo stalking digitale esiste e lascia segni reali. Lo stalking digitale è reale e traumatizza quanto quello offline. Il suo scopo è terrorizzare, isolare per arrivare all’eliminazione sociale e persino fisica, eliminazione consapevole e premeditata,  della vittima prescelta. 

Non è facile riconoscere tempestivamente la violenza persecutoria, soprattutto quando la condotta è fatta di episodi ripetuti nell’arco di mesi, digitali e non di un singolo fatto eclatante. 

È da qui che bisogna partire se si vuole comprendere cosa accade quando pratiche formalmente presentate come “attivismo”, “presa di parola”, “accountability” o “difesa della comunitàslittano invece in una vera e propria condotta persecutoria. Non si tratta di negare la necessità dei conflitti politici, né di mettere in discussione il valore delle pratiche di denuncia quando servono a nominare violenze reali. Si tratta, al contrario, di prendere sul serio il punto in cui strumenti nati per rompere il silenzio sulle oppressioni vengono deformati e trasformati in dispositivi di disciplinamento, isolamento e annientamento sociale e fisico. Quando accade, non siamo più di fronte a un conflitto politico, ma a una forma di stalking collettivo  che usa il linguaggio della giustizia per produrre paura, emarginazione e devastazione psichica.

La vicenda di Anna si colloca esattamente dentro questo nodo. Per mesi Anna è stata (ed è ancora oggi) oggetto di una campagna di accuse molto generiche e vaghe sui social, accompagnata da un fitto circuito di conversazioni private, rilanci, insinuazioni e ricostruzioni fantasiose che la descrivono come una persona da isolare socialmente. Le accuse, partite da persone note con nome e cognome, nonostante agiscano pubblicamente in forma anonima, hanno cominciato a circolare in rete a macchia d’olio, alimentando un clima di sospetto permanente. A questa dinamica si sono aggiunti inviti espliciti a non donare più per l’attività socialmente utile portata avanti da Anna, con il risultato di colpire non soltanto la sua reputazione personale, ma anche le basi materiali della sua sopravvivenza e del suo lavoro politico e sociale, con grave danno (documentato) per individui da lei dipendenti.

È importante soffermarsi su questo punto: la violenza persecutoria contemporanea non passa necessariamente da minacce dirette o da un singolo gesto clamoroso. Può consistere, invece, in una sequenza di atti apparentemente dispersi ma convergenti: post, storie, allusioni, chat private, messaggi rilanciati da terzi, campagne di delegittimazione, inviti all’ostracismo, pressione sulle reti di sostegno economico e affettivo, esposizione continua al giudizio di una platea potenzialmente illimitata. Vengono inviate da mesi mail minatorie (sempre anonime, in modalità di ricatto mafioso) a organizzatori di eventi (“l’evento fallirà se sarà presente Anna”).  Lo stalking viene esteso a chiunque intrattenga rapporti con Anna. I suoi amici vengono bombardati di messaggi altrettanto minatori.

La forma è quella della disseminazione; l’effetto è quello dell’assedio.

Nel caso di Anna, questo assedio ha prodotto gravissime ripercussioni psicologiche, documentate dal personale medico e collocate a ridosso degli episodi di stalking online in uno stretto rapporto causale. La persecuzione non è rimasta confinata nello spazio digitale, come spesso si tende a credere minimizzando la violenza in rete: ha inciso direttamente sul corpo, sulla salute, sulla possibilità di stare nel mondo. Ha comportato un ricovero. Ha costretto Anna a modificare in modo significativo il proprio stile di vita, a ridurre o limitare ad ambienti amici le apparizioni pubbliche, a selezionare con estrema cautela i luoghi e i contesti in cui esporsi per il timore di nuovi attacchi o di pubblici linciaggi. Questo è un punto decisivo, anche sul piano giuridico: il mutamento delle abitudini di vita e il grave e perdurante stato di ansia o paura non sono effetti collaterali secondari, ma elementi tipici della violenza persecutoria.

Lo stalking, peraltro, non si è esaurito in un episodio o in una “fase calda” rapidamente rientrata. È durato per mesi e permane ancora oggi. A confermare la continuità e la consapevolezza della condotta vi è anche un elemento ulteriore di particolare gravità: Anna è entrata casualmente in possesso di un verbale redatto dalle persone che la perseguitavano, nel quale si prendeva in considerazione l’ipotesi di organizzare una nuova pubblica campagna di odio estesa contro di lei a mezzo social. In quel verbale non emerge una preoccupazione per la verità, per la sicurezza collettiva o per la giustizia trasformativa; emerge piuttosto un calcolo strategico del danno da infliggere. Le persone coinvolte si interrogano infatti sull’opportunità di provocare un danno troppo grande all’attività di stampo sociale svolta da Anna e decidono, di conseguenza, di optare per una via diversa: non colpire direttamente la sua persona con un nuovo appello pubblico, ma colpire un collettivo (già oggetto di forte repressione e quindi reso ancora più vulnerabile) di cui era referente, citandola appunto solo in quanto referente di quel collettivo.

Il risultato è esattamente quello che quel verbale lasciava presagire: un intero atto di accusa formalmente rivolto contro un collettivo finisce per avere come scopo sostanziale l’eliminazione sociale di una sola persona. Il collettivo diventa il bersaglio apparente; Anna resta il bersaglio reale. La forma organizzativa del testo serve a schermare la volontà persecutoria, non a dissolverla. Siamo di fronte a un passaggio cruciale: cade il presunto movente “politico” inteso come conflitto su pratiche, contenuti o linee di movimento, e resta una faida di potere giocata dentro il campo dell’egemonia. Non il tentativo di affrontare un danno, ma quello di neutralizzare una presenza, di spezzarne la credibilità, di renderla tossica, impronunciabile, non frequentabile. Nel frattempo vengono minacciate anche le persone vicine ad Anna, lasciando intendere che lo stalking colpirà anche loro se non la isolano. “Se la supporti farai la stessa fine”.

È qui che il tema dello stalking incontra quello dell’egemonia culturale. Per capire perché simili pratiche siano possibili bisogna guardare alla valutazione delle forze in campo. Le persone che hanno agito questa persecuzione possono essere ricondotte alla sfera influencer (pagine social con migliaia di follower che si prestano a intimidazioni su commissione), dispongono di una grande rete di contatti e seguaci sui social, di capacità di rilancio, di credibilità già accumulata, di un pubblico predisposto a recepire e diffondere messaggi, allarmi, inviti all’esclusione. Questa asimmetria di potere non è un dettaglio, ma la condizione stessa che rende possibile il linciaggio. Chi controlla l’infrastruttura reputazionale di un pezzo di movimento può fabbricare un tribunale parallelo, privo di garanzie minime, nel quale la sentenza precede il confronto, la colpa precede l’accertamento, l’isolamento precede qualsiasi possibilità di parola.

Un simile tribunale è, per certi versi, peggiore di qualsiasi tribunale borghese che pure il movimento ha sempre criticato per i suoi limiti strutturali. Nel tribunale social organizzato dalle reti di influenza non esistono neanche sulla carta diritto di difesa, contraddittorio, criteri di prova, proporzionalità, tempi di verifica, tutela dalla gogna, protezione dalla diffamazione virale. Esiste invece una dinamica di esposizione permanente, una temporalità accelerata, un’economia dell’indignazione che trasforma la reputazione di una persona in un bene sacrificabile. E quando la persona esposta si trova già in una condizione di marginalità economica, precarietà materiale e forte esposizione pubblica dovuta alla propria militanza in campo sociale, l’effetto non è un generico “conflitto”, ma una vera devastazione.

C’è poi un altro aspetto che non può essere rimosso: un linciaggio mediatico, pubblico (non solo sotterraneo) , costante e ripetuto, attraverso i social media di questa portata non si è mai visto, nello stesso movimento, contro i purtroppo numerosi casi di uomini cisetero realmente abusanti. Anzi è noto da molto tempo, che le persone che presumibilmente portano avanti lo stalking contro Anna proteggono e accolgono abuser, uomini violenti e molestatori seriali.

Questa sproporzione interroga in modo radicale il funzionamento selettivo delle pratiche di pubblica gogna. Chi viene colpita? Chi viene trasformata in mostro? Chi viene resa esempio negativo, bersaglio simbolico, capro espiatorio? E soprattutto: perché proprio Anna? Bersaglio più facile? Sicuramente. La risposta che si impone, guardando alla concatenazione dei fatti, è che Anna è stata percepita come portatrice di un modello di attivismo efficace, socialmente incisivo, capace di costruire  credibilità, riconoscimento dal basso. Colpire lei significa colpire quella forma di attivismo; screditarla significa tentare di impedirne la riproduzione; isolarla significa riaffermare rapporti di forza interni al movimento.

L’egemonia culturale, in questo senso, non è soltanto la capacità di produrre discorsi dominanti. È anche la capacità di decidere chi può parlare, chi può essere creduta, chi può continuare ad agire, chi invece deve essere espulsa dal campo del dicibile e del praticabile. Quando lo strumento per ottenere questo risultato diventa la persecuzione reiterata, allora il problema non è più solo etico o politico: è un problema di violenza. Violenza relazionale, simbolica, reputazionale, economica e psichica. Violenza che si maschera da cura della comunità mentre colpisce una persona concreta fino a renderle insicura la vita quotidiana.

Dentro questa cornice va letta anche la strumentalizzazione di pensatrici femministe nere come Audre Lorde, chiamate in causa per costruire un imperativo morale rivolto alle vittime – anche sistemiche – secondo cui qualsiasi ricorso alla denuncia della violenza subita costituirebbe automaticamente un tradimento, una forma di infamia, un allineamento all’ordine repressivo. È una torsione gravissima. Il pensiero radicale di donne nere, lesbiche, povere, marginalizzate, elaborato per sopravvivere ai dispositivi di dominio, viene piegato a funzione disciplinare contro chi è già colpita. Non serve più a nominare la violenza, ma a silenziare chi la denuncia; non apre spazi di liberazione, ma chiude la bocca a chi è perseguitata; non mette in crisi il potere, ma protegge il potere informale di chi dispone di reti, capitale simbolico e capacità di mobilitare il branco. Chi denuncia stupro, stalking, razzismo a una autorità diventa automaticamente colpevole. Ma per noi vale l’autodeterminazione delle vittime (nessuno può costringerti a denunciare – dietro l’angolo la vittimizzazione secondaria e il rischio di non essere credute – o non denunciare). È una pratica non solo transfemminista ma autenticamente libertaria.

Lo si è già visto altrove, e la storia si ripete pur variando la tipologia della persecuzione. Il punto comune è sempre lo stesso: il rifiuto di riconoscere che anche dentro i movimenti si possono produrre forme di violenza organizzata (a promuoverla sono in questo caso pochissime persone), specialmente quando la lotta per l’egemonia viene travestita da pratica di giustizia. Ma una politica che non sappia distinguere tra conflitto e persecuzione, tra critica e accanimento, tra accountability e stalking, finisce per produrre esattamente il contrario di ciò che promette. Non protegge i soggetti vulnerabili: li espone. Non smantella le gerarchie: le riorganizza in modo opaco. Non costruisce spazi più sicuri: costruisce arene in cui la forza reputazionale vale più dei fatti e la capacità di mobilitare una folla sostituisce ogni responsabilità.

Dire questo non significa invocare impunità o depoliticizzare il conflitto. Significa, al contrario, rifiutare che il lessico femminista e transfemminista venga usato per coprire pratiche di annientamento. Significa difendere la possibilità di una politica radicale che non riproduca, al proprio interno, la logica della caccia al bersaglio. Significa affermare che nessuna ragione di movimento può legittimare una campagna sistematica di isolamento, delegittimazione e terrore reputazionale capace di compromettere la salute mentale, le relazioni, il lavoro sociale e la sopravvivenza materiale di una persona.

Se il caso di Anna insegna qualcosa, è proprio questo: che lo stalking non è meno reale perché assume la forma del post, della chat, del call out, del verbale interno, dell’invito a smettere di sostenere economicamente una persona, dell’atto d’accusa formalmente rivolto altrove ma sostanzialmente destinato a lei. E insegna anche che la linea di confine tra attivismo e persecuzione non può essere lasciata all’arbitrio di chi ha più follower, più relazioni, più capacità di orientare il senso comune di una nicchia politica. Una pratica di liberazione che si trasforma in strumento di terrore non è più liberazione. È dominio. E quando il dominio passa attraverso la sorveglianza diffusa, la delegittimazione reiterata e la distruzione della vivibilità di una persona, il suo nome è stalking. E ricatto con modalità mafiosa.

Invitiamo a prendere distanze forti e chiare da chiunque sia accusat* di stalking. Non a nostro nome.

Coordinamento di soggettività transfemministe e queer contro lo stalking

Per Anna e tutt3 le altr3

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